“…groppo o costellazione di massi
su tappeti verdi-fradici
…Rocce di ultradenso vuoto
di mini labirinto fin troppo
risolto
fitto invano…”

Andrea Zanzotto da Crode del Pedrè – Conglomerati (Lo Specchio, Mondadori 2009)

Le Crode del Pedrè, tra Barbisano e Collalto, cantate qui dal poeta pievigino, sono dei conglomerati (…) rocciosi, elemento essenziale di un ambiente paesaggistico unico, punto di transizione tra il pendio del colle di Collato e la pianura di Pieve di Soligo, lungo il corso del torrente Lierza.

Pozze, piccole cascate, canyon, gole e una vegetazione tipicamente ripariale formano un paesaggio suggestivo e a tratti magico.

Il luogo è strettamente collegato al complesso e alle aree di pertinenza dell’amena villa Toti, residenza di Toti dal Monte, e punto di attestamento e di partenza per i percorsi ciclopedonali verso il sistema collinare a Est e a Nord.

Diceva sempre Zanzotto, in un’intervista rilasciata a Marcoaldi su «Repubblica» nel dicembre 2009, che le crode del Pedrè si trovano in un’area «dove c’è un insieme di colline che non sono colline e di torrenti che non sono torrenti: un tenebroso e inquietante labirinto, appunto, di conglomerati pietrosi»

…o costellazione
di massi
colmi ancora della violenza d’urto
che li ha sparsi e resi tali…

da Crode del Pedrè (Seconda versione)
 

…e i lunghi
 cari proliferanti sentieri e acque azzurre
nel borro più sotto smunte, inumidita, spedite sperdute?
da “Giardino di crode disperse”
(sempre da Conglomerati)

Ma anche la scrittrice Emilia Salvioni descrive la zona delle crode, nel libro “Lavorare per vivere” (Guerrini e Associati – 2003) come luogo dell’unico incontro amoroso riuscito del romanzo:

“C’era nelle vicinanze del paese un luogo selvatico e curioso, che chiamavano le Roccie del Pietrame. Sul terreno ondulato, lungo il corso di un ruscello, si ergevano massi e macigni di varia grandezza… I cespugli di rovo, i nocciuoli, i muschi, l’edera e una quantità di piante rampicanti li avevano avvolti e ricoperti di verdura, in modo da farli assomigliare a ruderi di edifici ciclopici.”

Ma nel raccontare l’infelice amore per il conte Collaltino di Collato, è la poetessa Gaspara Stampa a cantare quel luogo incantato per prima, nel lontano 1500:

Liete campagne, dolci colli ameni,
verdi prati, alte selve, erbose rive,
serrata valle, ov’or soggiorna e vive
chi può far i miei di foschi e sereni,
 antri d’ombre amorose e fresche pieni,
ove raggio di sol non è ch’arrive,
vaghi augei, chiari fiumi ed aure estive…

Gaspara Stampa – Rime d’amore

La meraviglia di questo sito non è passata inosservata neanche ad Antonio Caccianiga che nel suo libro Ricordo della provincia di Treviso (1874) descriveva così le crode del Pedrè:

“Da Collalto, movendo verso Pieve, si passa il paesello di Barbisano. Indi si ha di fianco, di là del torrente Lierza, la prospettiva di enormi massi erratici, morene del periodo glaciale, le quali, disposte come sono in piano ondulato, somigliano ad immani torri e mura dirroccate e rammentano la lotta dei Titani contro Giove. I paesani le chiamano: crode dè pedrè.”

I massi erratici sono stati negli anni fagocitati dal bosco e dalla vegetazione: la “Croda Bianca” per esempio, simbolo del luogo, ora è difficilmente riconoscibile perché sommersa dal verde.

Ma le crode sono ancora lì a resistere dentro gole e anfratti che regalano luci e riflessi unici, terreno fertile per una vegetazione stupefacente.

Angolo naturale ancora intatto e sorprendente.

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