I monaci cistercensi chiamavano l’abbazia “Santa Maria della Fulina in Sanavalle”.

Fulina (poi divenuto Follina) è il nome del fiume che attraversa il paese, nome che alcuni collegano a Furrina, ninfa romana protettrice delle acque.

Spesso, l’origine di entrambi i nomi, paese e fiume, viene invece indicata nel termine “follatura” cioè l’attività di lavaggio e infeltrimento del panno di lana.

Attività che si diffuse dal XII secolo grazie all’abbondanza di pascoli e corsi d’acqua.

La storia di Follina s’intreccia, inevitabilmente, sia con quella della sua secolare abbazia sia con l’industria della lana e della seta che è stata per centinaia d’anni perno dell’economia locale.

L’origine etimologica della località, invece, suggerisce una preesistente attività della lavorazione della lana.

A sostegno di questa teoria sono proprio gli studi sull’edificazione dell’abbazia basati su considerazioni legate alla lavorazione della lana: l’iniziale ipotesi di fondazione da parte dei frati Umiliati era stata formulata proprio in base al fatto che questi ultimi erano dediti alla follatura dei panni.

Sicuramente, Follina e la sua abbazia sono state, per più di due secoli, uno snodo della cultura cistercense. I monaci, oltre a lasciare un patrimonio di conoscenze di rilevante importanza, consegnarono ai posteri un paese tra i più fiorenti dell’epoca, costruendo mulini, insegnando e diffondendo l’arte della lavorazione della lana e della seta.

Dal 1680 in poi Follina divenne un vero e proprio polo della lavorazione tessile; in quell’anno, infatti, venne fondata la prima manifattura (Fadda), seguita dai lanifici Tron-Stahl, più tardi quello del Col(l)es e, nel 1795, dallo storico Lanificio Paoletti, l’unico della zona che riuscirà a sopravvivere ai due conflitti mondiali. Le attività economiche della nascente industria tessile derivavano senz’altro dall’antica tradizione laniera sviluppatasi nel XII secolo, ed erano favorite, come allora, dalla grande disponibilità di risorse idriche, atte al funzionamento di mulini e macchinari preindustriali utili alla battitura dei panni grezzi.

Follina diventò così anche culla della cultura operaia: sull’onda di quello che avveniva nelle altre realtà industriali del nord – Italia, nacque proprio qui, nel 1865, una delle prime organizzazioni associative degli operai, una Società Operaia di Mutuo Soccorso.

Fede e lavoro sono l’intreccio che sta alla base della festa patronale di Follina, che si festeggia proprio oggi, lunedì di Pentecoste.

Il popolo dell’Alpago, per secoli sede di pascoli e di produzione della lana, usavano venire in pellegrinaggio all’abbazia di Follina, proprio nel giorno di Pentecoste, per mantenere fede a un voto fatto dai loro antenati per ottenere dalla Madonna la protezione dalla nebbia, che nei tempi lontani danneggiava le colture.

Fu naturale conseguenza che si approfittasse di quel viaggio per vendere la lana ai follinesi, diventati negli anni esperti e importanti nella lavorazione della stessa.

Alle celebrazioni della SS Vergine si affiancò così un vero e proprio mercato, poi fiera, che si trasformò, infine, dopo che l’industria laniera perse d’importanza, nella sagra del paese.

A causa di una forte riduzione della portata dei corsi d’acqua prima, e delle guerre poi, la quasi totalità delle industrie della lana e della seta, come già detto, hanno chiuso i battenti.

L’abbazia, testimonianza meravigliosa di cultura millenaria, le tradizioni che i follinesi cercano ostinatamente e giustamente di tenere vive, le leggende, il borgo stesso, tutto a Follina, ruota comunque intorno all’acqua.

Quell’acqua cruda di primavera, come scriveva Zanzotto, che continua a scorrere e a determinare le sorti del paese.  

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