Eccoci a un nuovo appuntamento con una raccolta di tre articoli della nostra rubrica dedicata al centenario del poeta Andrea Zanzotto.


Follina. Il poeta Andrea Zanzotto e padre Turoldo

Nell’ambito dei paesaggi che fanno da sfondo all’ispirazione poetica di Andrea Zanzotto andiamo in questo numero in uno dei luoghi da lui più amati: la bella Follina attraversata dal fiumicello omonimo, fonte della sua prosperità fino all’epoca moderna, le cui sorgenti sono segnalate dal celebre verso zanzottiano “Si manifesta e sgorga acqua pura di primavera”.

E naturalmente ci accostiamo all’abbazia, con lo stupendo chiostro del ‘200, retta da oltre un secolo dai Servi di Maria.

Un particolare del chiostro dell’abbazia di Follina

Un luogo ideale, che ci fa ricordare la frequentazione del poeta negli anni ’70 e ’80 proprio con un servo di Maria, padre David Maria Turoldo (1916-1992).

Andrea a quel tempo è ormai poeta illustre, nel pieno della maturità; Turoldo, friulano, è teologo, filosofo, scrittore, poeta anche lui, figura profetica in campo religioso e civile.

Andrea a quel tempo è ormai poeta illustre, nel pieno della maturità; Turoldo, friulano, è teologo, filosofo, scrittore, poeta anche lui, figura profetica in campo religioso e civile.

Una frequentazione confidenziale ed una stima reciproca destinata a prolungarsi nel tempo, a lasciare traccia nelle loro opere. Ad unirli era la “Parola”.

Diceva Andrea di padre David: “Turoldo ha percepito da sempre la centralità della parola … e l’ha percepita proprio come una delle sedi più alte in cui la parola (che cristianamente è il Verbo, “era ed è presso Dio”) verifica se stessa e il mondo”.

E diceva padre David di Andrea:

“La battaglia di Zanzotto io la vedo portata su due fronti (oltre, naturalmente, la proclamazione de “La beltà” come primato divino): sul fronte della libertà e su quello del profondo, nel senso dell’origine del creato e della lingua. Donde, dopo aver suonato tutte le corde degli strumenti linguistici, dopo la stessa frantumazione della parola, dopo aver esaurito tutti i codici: filologico, sintattico, glossolalico, fino ad arrivare allo stato afasico, all’inespressività assoluta, anzi alla perdita della parola, eccolo tentare la via del pre-linguaggio: il petèl, il linguaggio dialettale dei bambini piccolissimi”.

A proposito di dialetto padre David aveva un debole per i “Mistieroi” zanzottiani, “tradotti” in friulano col titolo di Mistirùs dal poeta Amedeo Giacomini, per i quali Turoldo aveva scritto la Postfazione.

“Provate voi a passare qualche serata a parlare con lui di Eros e Agape, a parlare di Ethos; oppure intorno alla Grazia; e domandategli del senso della notte che si annida nel fondo dell’Io; e poi dei sentimenti e della preghiera e della magia, o di chi sa cosa ancora”.

Ci piace immaginarli, questi due geni, conversare pacatamente, magari nel chiostro, accanto alla pittoresca fontanella. Padre Turoldo ne era entusiasta. Così parlava dei loro incontri nella citata Postfazione:

“Provate voi a passare qualche serata a parlare con lui di Eros e Agape, a parlare di Ethos; oppure intorno alla Grazia; e domandategli del senso della notte che si annida nel fondo dell’Io; e poi dei sentimenti e della preghiera e della magia, o di chi sa cosa ancora”.

Giungeva in fretta per i due “grandi” il momento di separarsi. Padre Turoldo alloggiava presso l’allora Collegio San Giuseppe, oggi sede della biblioteca follinese, o se ne tornava nel suo amato Friuli.

E Andrea Zanzotto se ne tornava nella sua amata Pieve, lungo la “tenerissima valle” del Soligo che egli ha cantato in maniera così sublime.


San Pietro di Feletto. Andrea Zanzotto e il Cristo della domenica

A San Pietro ci accoglie la “gemma del Feletto”, l’antica Pieve, cioè la chiesa battesimale, attestata nel 1124 ma già esistente nell’VIII secolo. L’interno contiene preziosissimi affreschi dei secoli XIII-XV di anonimi affrescanti locali, ritornati all’antico splendore con il restauro completato nel 2008, tra cui il ciclo dei “Dodici articoli del Credo” e le “Storie della vita di San Sebastiano”.

Alla chiesa si accede attraverso una ripida scalinata che accentua l’effetto prospettico del portico, che protegge figurazioni ad affresco di gusto popolare. 

Alla chiesa si accede attraverso una ripida scalinata che accentua l’effetto prospettico del portico, che protegge figurazioni ad affresco di gusto popolare. 

La più nota è il Cristo della domenica (sec. XIV), nel gesto di aprire simmetricamente le braccia, un’iconografia rara e un importante documento delle attività che l’uomo svolgeva nella metà del 1300. 

Il Cristo è “contadino”, vestito della semplice tunica, ed è contornato da una serie di oggetti della vita quotidiana. Viene rappresentato con chiarezza il messaggio di santificare le feste per non “provocare” ferite a Cristo con le attività lavorative svolte di domenica.

Il Cristo della domenica è una delle opere più apprezzate dai visitatori, tra cui possiamo inserire Andrea Zanzotto che anche in età avanzata si faceva portare qui per ammirarla e che in passato aveva avuto più volte modo di illustrare pubblicamente.

Sono decine e decine gli oggetti che rappresentano i mestieri del Trecento.

Questo un rapido elenco:

Il contadino (zappa, vanga, falce, falcetto, forca, rastrello, aratro a ruote tirato da buoi); il locandiere (brocca, botte, i tre dadi); il tessitore (fuso, conocchia); il mugnaio e il fornaio (cesta di pani); i notai, giudici e avvocati (calamo con stilo); il barbiere (specchio, boccetta di profumo, pettine, tensore, pennello da barba, una treccia forse allusiva all’acconciatura femminile); il fabbro (incudine, tenaglia); il lapicida (martello); il maniscalco (ferro di cavallo); il carpentiere (ruota, ascia); il falegname (trivella); l’acconciatore e il calzolaio (paio di scarpe); lo stalliere (striglia); il trasportatore (animale da soma e cesti); il pesatore (bilancia e stadera); il macellaio (coltello); il sarto (unità di misura e forbici); il cacciatore (balestra). Curiosa, infine, l’attività del cuoco, per la presenza di due pennuti a testa in giù, due piccioni e il pollo già preparato per la cottura. 

Rappresentando le professioni si alludeva anche ai principali peccati che “ferivano” il Cristo, il quale, “colpito” dagli attrezzi di lavoro, versa sangue dalle ferite: la lussuria, l’avarizia, la cupidigia di denaro, la vanità. 


Refrontolo. Andrea Zanzotto e il Molinetto della Croda

La prima costruzione del Molinetto risale alla prima metà del 1600. Il nome gli fu attribuito dal fatto che il fabbricato fu addossato alla montagna sfruttando per un terzo dei suoi muri la roccia, la “croda” naturale. In origine esso constava di due piani: in quello inferiore venne installato il mulino, in quello superiore la cucina e la camera. I più antichi proprietari, nel sec. XVII, risultano i Marzer, famiglia in rapida ascesa che avrebbe poi ottenuto il titolo nobiliare dei Conti Battaglia.

Nel 1953 il mulino smise definitivamente di far girare la sua mola. Nel 1976 riebbe un attimo di notorietà quando vi furono girate alcune scene del film “Mogliamante”, con Marcello Mastroianni e Laura Antonelli. Acquistato dal Comune di Refrontolo nel 1991, fu sottoposto a un radicale restauro che lo riportò all’antico splendore.

Il Molinetto è l’elemento simbolo del “paesaggio” che ha sempre ispirato Andrea Zanzotto ed è incluso dal poeta nella fascia paradisiaca del paesaggio locale.

Nei primi anni Settanta, con la TV ancora in bianco e nero, la RAI incontrava il grande poeta proprio al Molinetto.

Nell’intervista Zanzotto recitava alcuni versi della poesia Con dolce curiosità tratta da “Dietro il paesaggio”:

… non era che il mulino / ridente e servito dalle ombre…

Nella poesia il mulino viene animato magicamente e si trasforma in un luogo alla soglia tra il mondo dell’uomo e quello della natura:

Il mulino tra la salvia / il mulino che non fa / più rumore che foglia /…

Il mulino subisce quindi una metamorfosi naturalistica e viene assimilato alla vegetazione circostante.

Nella citata intervista Zanzotto esprimeva anche il suo “stupore” in quell’ambiente così suggestivo:

“Il Molinetto è una piccola opera nel suo genere assai caratteristica e potremmo dire che la bellezza e l’interesse del Molinetto non è in sé quanto piuttosto nell’essere profondamente inserito nel paesaggio. Qui, infatti, troviamo ancora conservata quella profonda viva partecipazione delle piccole opere alla carnalità stessa della terra. L’opera d’arte si confonde con ciò che è artigiano, arte e artigianato in un tutto unico, opere e quotidianità…”.

Vicino al Molinetto aveva il suo laboratorio Angelo Lorenzon, pittore e scultore (1927 -1978). Era amico di Zanzotto che lo descrive come “gentile e consapevole guardiano di un regno collinare di bellezze estreme, terribili pur nella loro dolcezza, umile custode di un’alta idea dell’arte che, se oggi appare come in penombra, non potrà mai cessare di dar luce”.

Vicino al Molinetto aveva il suo laboratorio Angelo Lorenzon, pittore e scultore (1927 -1978). Era amico di Zanzotto che lo descrive come “gentile e consapevole guardiano di un regno collinare di bellezze estreme, terribili pur nella loro dolcezza, umile custode di un’alta idea dell’arte che, se oggi appare come in penombra, non potrà mai cessare di dar luce”.

Articoli originali:

Maggio 2021 L’abbazia di Follina

Giugno 2021 La pieve di San Pietro di Feletto

Luglio 2021 Il Molinetto della Croda

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