Ogni mese esploriamo le radici e le visioni che rendono uniche le nostre comunità locali. Paesi grandi e piccoli custodiscono persone che ne rappresentano l’essenza più autentica: figure spesso lontane dalla ribalta, ma capaci di lasciare un segno attraverso il loro impegno, le loro idee e il loro esempio.
Anche in questa puntata continuiamo il nostro viaggio tra i “custodi e innovatori” del territorio.
Il mensile di maggio ci ha portato a Follina, dove Enrico Dall’Anese ha citato diverse figure iconiche ma si è soffermato su un personaggio che merita veramente di essere restituito alla memoria collettiva: una figura illustre, per lungo tempo dimenticata, che ha contribuito con intelligenza e dedizione alla crescita della sua comunità.


Persone iconiche del Comune di Follina
Domenico Rosina
Di Enrico Dall’Anese
Molti sono i personaggi del comune di Follina che potremmo citare in questa rubrica: il letterato Jacopo Bernardi; l’artista Antonio Bianchi (1812-1898); Antonio Buogo, valoroso patriota a fianco di Garibaldi; la maestra Calcinoni, autrice, tra l’altro, di un interessante diario della Grande Guerra; Padre Anacleto Maria Milani, servo di Maria, arciprete di Follina dal 1915 e sindaco del paese durante l’invasione austro-ungarica del 1917-18 quando si squagliarono tutte le autorità civili. Potremmo continuare con Nazzareno Meneghetti e i vari Colles e Andreetta.
Preferiamo qui ricordare un personaggio illustre, dimenticato a Follina fino alla fine del secolo scorso, quando gli fu intitolata una via.
Si tratta di Domenico Rosina (1772-1843).
Avrebbe potuto raggiungere un grado eminente nelle scienze fisiche, chimiche, astronomiche e naturali in ambito nazionale.
Divenne, invece, per sua scelta un dotto agronomo ed un insigne benefattore in ambito locale.
Fin da giovane dimostrò una spiccata inclinazione per le scienze naturali e percorreva da cima a cima le circostanti montagne raccogliendo e catalogando fossili, pietre e piante.
Dopo aver studiato all’Università di Padova, fu agricoltore instancabile, studioso intraprendente per trarre a coltivazione le nostre colline, i tratti pianeggianti deserti e le sterili marne della zona.
Fu attivo sperimentatore di metodi nuovi. Fu profondamente sensibile alle bellezze della natura.
Rimangono di lui le descrizioni, simili a dipinti, dei bei tramonti del Quartier del Piave.
Ormai anziano, cominciò a scrivere dodici libri, nei quali intendeva condensare tutto il suo sapere sull’arte agricola, tenendo conto soprattutto delle esigenze della sua zona.
L’opera però, compiuta ma non riveduta, non vide mai la luce.





