Blog




08 Giu 2020

Curiosità del territorio - Un girasole da record

Nel 2011 “La Tribuna” aveva dato notizia di un piccolo record locale. Nel giardino di Falzé del pittore Tiziano D’Agostin un girasole aveva raggiunto un’altezza di quasi quattro metri...


UN GIRASOLE DA RECORD 

Nel 2011 “La Tribuna” aveva dato notizia di un piccolo record locale.

Nel giardino di Falzé del pittore Tiziano D’Agostin un girasole aveva raggiunto un’altezza di quasi quattro metri.

“E’ nato spontaneamente, frutto di un seme portato dal vento – raccontava al quotidiano l’artista, insignito nel 2008 del titolo di commendatore - e
non ci saremmo certo aspettati una tale crescita. Anche se, dicono, sia tipica dei fiori isolati”.





Ora questo piccolo primato è stato superato.

Nell’orto sociale di Pieve, in Via dei Troi lungo la riva sinistra del Soligo, nell’appezzamento coltivato da Piero Marchesin un girasole ha raggiunto l’altezza di ben 4 metri e 34 centimetri.

La rilevazione “ufficiale”, con tanto di asta graduata, è avvenuta il 3 settembre 2018.

E non è detto che nei giorni seguenti la pianta non si sia alzata ancora di qualche centimetro.





Pianta antichissima, il girasole ha assunto nei millenni molti significati.

Nell’antichità rappresentava il dio Sole presso le popolazioni indigene.

La mitologia greca narrava invece che la ninfa Clizia fosse perdutamente innamorata di Apollo: ogni giorno che Apollo passava nel cielo trasportando il sole, Clizia lo guardava e lo seguiva con lo sguardo.

Apollo tuttavia non ne era innamorato e dopo nove giorni la trasformò in un girasole.

La pianta rappresenta quindi l’amore, ma spesso anche l’amore non ricambiato.





Nulla di tutto questo nella nostra civiltà contadina, quando lo “smirasòl” era sporadicamente coltivato dai cacciatori e in genere da quanti amavano tenere uccelli in gabbia.

I semi erano usati appunto per l’alimentazione dei volatili.

Come mangime per gli uccelli domestici si coltivava anche il “méi”, il miglio, adoperato però anche come foraggio.

Una variante del méi era il “panizh”, il panico, in tempi remoti utilizzato per l’alimentazione umana, in epoca più recente come becchime.

Dal “casoìn” si poteva poi acquistare la “scajòla”, una specie di miglio di cui si cibavano soprattutto i lucherini (lugherìn).

Questo articolo, a cura di Enrico Dall'Anese, è tratto dal mensile di Eventi Venetando di ottobre 2018.







Ritorna al blog


Utilizzando il sito web, accetti il nostro uso dei cookie, per una tua migliore esperienza di navigazione. Maggiori informazioni Ok