Sant’Antonio Abate è il patrono degli animali e, se di questi tempi, intendiamo soprattutto gli animali di compagnia, il culto ha, in realtà, profonde radici nella civiltà rurale di epoche passate.

Molto spesso nelle cucine delle vecchie case coloniche, vicino al Lunario, campeggiava il santino di Sant’Antonio che veniva invocato per la protezione degli animali allevati comunemente allora: galline, conigli, buoi, mucche e maiali.

Il legame del santo con gli animali deriva dalla popolarità che fu data al suo culto dagli Ospedalieri Antoniani, nel periodo medioevale. Furono proprio loro a consacrarne l’iconografia arrivata fino a noi. Il santo viene ritratto da allora molto avanti negli anni, mentre incede scuotendo un campanello (come facevano appunto gli Antoniani), in compagnia di un maiale, animale dal quale essi ricavavano il grasso per preparare emollienti da spalmare sulle piaghe (vedi lo “sfogo di Sant’Antonio). Il bastone da pellegrino termina spesso con una croce a forma di tau che gli Antoniani portavano cucita sul loro abito (thauma in greco antico significa stupore, meraviglia di fronte al prodigio).

Lo sfogo di Sant’Antonio

Sant’Antonio fu principalmente eremita e nel deserto resistette agli insidiosi attacchi del diavolo. Investito da fuoco e fiamme, i suoi discepoli lo ritrovarono quasi morente, ricoperto di gravi ferite e dolorose ustioni su tutto il corpo. Fu così che il santo, per il suo rapporto con «quel grande Spirito di fuoco che io stesso ho ricevuto» conquistò non solo la santità, ma anche un posto nella storia delle gravi affezioni dell’umanità. Da secoli il suo nome è associato a tutte quelle malattie, che seppure clinicamente differenti tra loro, provocano dolore e bruciore intensi. In Italia ancora oggi chiamiamo “fuoco di Sant’Antonio” l’Herpes zoster, malattia di origine virale. Ma come “fuoco di Sant’Antonio” furono identificate in passato, soprattutto in altri Paesi, anche l’erisipela, infezione batterica acuta della pelle, e l’ergotismo da segale cornuta, grave malattia tossica che per la sua origine alimentare perdurò per secoli in tutta Europa.

El porzel de Sant’Antoni

“Tu se come el porzel de Sant’Antoni!”

Ve l’hanno mai detto? L’avete sentito dire?

Questo modo di dire che letteralmente significa “sei come il maialino di Sant’Antonio” deriva da un’antica consuetudine diffusa in molti paesi italiani. Un porcellino veniva allevato da tutta la comunità, era libero di scorrazzare per il paese e tutti contribuivano a mantenerlo.

Il 17 gennaio, festa di Sant’Antonio Abate, veniva macellato e delle sue carni beneficiavano le persone più povere del paese, nonché il prete che avrebbe pregato tutto l’anno per la sua comunità.

Esser come el porzel de Sant’Antoni è, quindi, il detto adatto per coloro che sono sempre in giro, che non si fermano mai, che passano da un posto all’altro e te li ritrovi a ogni angolo!

La macellazione del maiale

Per le famiglie contadine del passato la macellazione del maiale era un momento cruciale all’interno dell’anno. La riserva alimentare ottenuta era determinante per il sostentamento della famiglia e il rito dell’uccisione, e delle varie fasi della macellazione era un tassello importante della collaborazione, non solo familiare, ma anche del vicinato.

Fissato il giorno dell’uccisione, (si diceva che non si doveva ucciderlo in luna crescente perché la salsiccia non sarebbe durata) ci si procurava “la vanuja” (un’ampia vasca a forma trapezoidale in legno), dove veniva depositato l’animale ucciso, spellato dalle setole e ben lavato, veniva issato con delle corde alle travi all’interno del portico; gli si levavano le interiora, che venivano subito lavate e conservate perché servivano ad insaccare i figalet (le salsicce), i salami, le soppresse e i cotechini fatti con un tipo di carne tritata, salata e dosata di droghe secondo il desiderio della famiglia. Si tagliavano le braciole, le costicine, il guanciale e gli zamponi. Mentre il sangue che era stato raccolto nel pentolone di rame (di solito dalla padrona di casa) veniva adoperato per fare il sanguinaccio ma anche per mescolarlo col vino e farne un sugo prelibato dove intingere la polenta della serata.

La macellazione del maiale era un momento di festa per tutta la famiglia: subito dopo l’uccisione veniva assaggiato cuocendone le animelle (cervello e midollo spinale) e le rifilature, cioè i pezzetti di carne che si ottenevano lungo il taglio di sezionatura della bestia.

Del maiale non si sprecava nulla. Le setole erano utilizzate per fabbricare pennelli, gli ossi venivano bolliti per fare brodo e sugo e la cotica entrava nella preparazione di coppa e cotechini. Per il resto, le bistecche e le costarelle alla brace, gli zampetti in umido (con i fagioli). La pelle, una volta tolto il lardo (unico condimento adoperato per tutto l’anno), serviva per ungere le seghe. Le ossa venivano lessati preparando quella che ancora oggi viene chiamata “l’osàda”.

Il periodo in cui si sceglieva la data dell’uccisione era tra il 30 novembre, Sant’Andrea, e il giorno di Sant’Antonio Abate, appunto, anche se qualcuno preferiva farlo nel periodo di Carnevale.

“In realtà, fino agli anni ’50, nel giorno di Sant’Antonio non si potevano macellare animali e men che meno il maiale, anzi si doveva provvedere perché mangiasse bene, e il rimedio alle loro malattie era il sale, che veniva benedetto durante il vespero e sparso nel fieno e in altri alimenti per dar loro sapore.

Per nutrire il maiale della comunità, protetto dal santo abate, un questuante andava di casa in casa a chiedere gli avanzi da dare all’animale, che poi veniva messo in palio per la lotteria della sagra de Sant’Antoni. Il vincitore si assicurava carni succulente per un buon periodo, ma una coscia doveva essere riservata ai più poveri del paese, che la gustavano in un pasto collettivo. Da qui il detto che girava tra gli abitanti di Falzè: «Toni, Toni, quala ela la gamba de Sant’Antoni?»”. (Claudio Breda – I Fire da Falzè)

Le chiesette del Quartier del Piave dedicate a Sant’Antonio Abate

Sernaglia della Battaglia

Poco a sud del centro abitato di Falzè di Piave sorge il borgo di Chiesuola raccolto intorno all’antico oratorio di Sant’Antonio abate

All’interno un dossale datato 1649 ospita un affresco staccato con la Madonna con il Bambino in trono della seconda metà del Quattrocento e attribuito alla bottega di Giovanni di Francia (Metz 1420 – Conegliano 1490 ca)

Sulla parte destra si nota un altro vivace affresco devozionale dello stesso periodo con la Madonna con Bambino in trono tra i santi Rocco e Sebastiano, opera di un ignoto pittore locale vicino alle produzioni di ambito bellunese e feltrino.

Miane – A Vergoman, località del comune di Miane, si trova la chiesetta di Sant’Antonio, già nota per la pala cinquecentesca con la Vergine il Bambino e Sant’Antonio abate del Frigimelica e per la pregevole predella d’altare con le raffigurazioni dei Santi Pietro, Paolo e Antonio attribuita al pittore Rossi di Belluno, primo maestro di Tiziano.

Nel 2011 inoltre sono venuti alla luce degli interessanti affreschi che sembrano risalire al 1400 circa. In corrispondenza della porta d’ingresso, ove peraltro la caduta degli intonaci ha evidenziato l’esistenza di un antico arco e delle pareti laterali si individuano una Madonna con Bambino, due figure maschili in piedi che sembrerebbero essere San Rocco, San Sebastiano e un animale a quattro zampe, che potrebbe essere una raffigurazione del noto “maiale di Sant’Antonio”.

Sulla parete di destra, presso la scaletta di accesso alla cantoria, fra altre tracce di pittura è visibile una scritta di cui si legge “Hoc opus fecit fieri Petrus quondam Antonio de …” (Questo lavoro è stato fatto da Pietro il compianto Antonio de…).

VIADebora Donadel
Articolo precedentePanevin 2022, l’importanza di una tradizione che identifica la cultura popolare del Quartier del Piave e della Vallata.
Articolo successivoGiorno della memoria 2022: tutti gli eventi tra Conegliano, Vittorio Veneto e il Quartier del Piave

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui