Un viaggio particolare dal Monticano al Piave

Conegliano, considerata confine e capitale, insieme a Valdobbiadene, delle colline del prosecco Patrimonio Unesco, è una cittadina ricca di storia e tradizione. Può vantare addirittura un inno, scritto e musicato da un indimenticato maestro elementare, Otello Bacchia, che la insegnò a generazioni di alunni coneglianesi.

Conejan, Conejan, tu del Veneto sei la stella,

col castel, alto e bel mai ci fu città più bella.

E se un dì da lontan tanta nostalgia avrò,

con una lacrima io canterò Conejan,Conejan,Conejan!

Troviamo Conegliano anche tra le protagoniste di una simpatica filastrocca: “Venezia bela, Padova so sorela, Conajan canpana, Zeneda vilana, Belun traditor, tuti i sanseri ladri i è da San Fior” (sanseri da sensali, mediatori di prodotti agricoli definiti ladri); considerato l’acceso campanilismo tra Conegliano e San Fior, non dubitiamo che sia stata scritta da un coneglianese!

“A Conajan, larghi de boca e stretti de man” (larghi di bocca e stretti di mano, ossia tante chiacchiere e poca generosità) è invece un blasone che sicuramente non è stato coniato da un abitante di Conegliano!

conegliano castello

Spostandoci verso Pieve di Soligo, seguendo la linea delle colline, ci imbattiamo in Bagnolo, dove gli abitanti sono chiamati i brosaroi da Bagnol: il paese, infatti, sorge su un avvallamento sempre molto freddo d’inverno e quindi spesso coperto di brina (brosa in dialetto).

Arrivati nel Felettano, ci imbattiamo nei castagner da San Piero, appellativo guadagnato grazie alla bontà delle castagne dei boschi della zona. Gli abitanti di Santa Maria sembra che indossassero per tradizione dei mezzi mantelli e per questo venissero chiamati damerini o, più prosaicamente, le gabbane de Santa Maria. Gli abitanti di San Pietro sono detti anche àmoi da San Piero, ovvero susine, forse per la caratteristica di questi frutti un poco aspri.

feletto5

Sorte peggiore per gli abitanti di Refrontolo che venivano definiti i copa zhope de Refrontol, gli “ammazza zolle”, gente dedita solo al lavoro della terra senza speranza di riscatto, e per i pievigini, detti rusamùr da Pieve, grattamuri perché sfaccendati e nati stanchi.

Quelli di Barbisano sono detti scagaroi da Barbisan, perché bulli e gradassi, ma anche i pantegan da Barbisan.

Le filastrocche sugli abitanti di Solighetto sono davvero poco edificanti, chissà cosa avranno fatto di male per meritarsele: “Eser come quei da Suighét che se i pol…i te lo met!”; “O tu viandante che per Solighetto passi, stringi il … e allunga i passi”.

“Fàra: gal, galòn, pita e capòn” (Farra: gallo, gallone, gallina e cappone) è una filastrocca che deriva dai cognomi più diffusi a Farra di Soligo dove gli abitanti venivano chiamati muc; probabilmente una storpiatura di qualche parola tedesca per intendere il carattere duro di questi paesani.

Un detto particolare su Farra che val la pena di ricordare: “Fàra: fontana fatèra che là fa fin fun!” ovvero “Farra, fontana degli zattieri, che fa persino fumo!”, testimonianza del passaggio degli zattieri che sostavano presso la fontana di Farra per dissetarsi durante il viaggio per tornare nel bellunese e anche presa in giro del particolare modo degli abitanti di Farra di pronunciare la lettera f, aspirata da farla suonare come una h. Sempre a proposito di questa particolarità esiste anche la bellissima: “Le hemene de Hara le va in hilanda co le hocole che le ha hin hun” tradotto “le donne di Farra vanno in filanda così velocemente che i loro zoccoli fanno persino fumo”.

Non ci siamo dimenticati dei per da Soligo che indicano il carattere particolarmente saggio e posato degli abitanti di Soligo; chi vuole invece denigrarli li chiama i peret, che sono quelle pere premature e quindi di “poca sostanza”. Quelli di Col San Martino vengono detti susin, probabilmente per lo stesso motivo degli àmoi di San Pietro di Feletto.

Farra di Soligo 2

I òc da Sarnaia, le oche di Sernaglia è un blasone che da poco credito all’intelligenza dei sernagliesi dei quali però si sente anche dire: “Sarnaia, zente canaia” (Sernaglia, gente canaglia) o più bonariamente i patater da Sarnaia riferito semplicemente alla produzione di patate. A Falzé di Piave sono detti zatèr per il porto delle zattere che scendevano lungo il Piave, a Fontigo piot (tacchini).

I gat de Moriago, i gatti da Moriago, si può intendere sia in modo dispregiativo sia di apprezzamento, a seconda del tono usato. I cis da Mosnigo sembrano essere i girini contrapposti ai rosp da Moriago (frazione e comune…).

“Fontigo, Mosnigo, Moriago, tre paesi ligadi col spago, Moriago, Mosnigo, Fontigo, tre paesi che non val un figo!” Chi non conosce questa filastrocca?

Mosnigo via Francia

I vidoresi vengono scherzosamente definiti pestarei come il piatto tradizionale della cucina veneta povera a base di polenta e latte, a causa della forma arrotondata della cupola del campanile della chiesa arcipretale, che ricorda appunto la forma del paiolo nel quale si cuoce la polenta. Gli abitanti di Colbertaldo invece sono detti burci perché facevano il buro battendo il burcio, ovvero la zangola. Erano quindi considerati campagnoli rispetto ai Vidoresi. Un’altra teoria assimila la parola burcio alla forma della cupola del vecchio campanile di Colbertaldo, equiparandoli a quelli di Vidor. Ne abbiamo ampiamente parlato qui.

Gli abitanti di Bosco, da sempre frazione più povera del territorio erano detti baruffanti perché miseria e povertà provocavano spesso liti per futili motivi.

Concludiamo con la filastrocca di cui abbiamo ampiamente parlato qui nel nostro blog.

O Signor da Vidor ciolé la barca e vegnéme a cior,

che quel da Zian l’é n poro can,

quel da Bigolin l’é massa picenìn,

quel da Col nol me vol

e de quel de Onigo no me fido!


(O Signore da Vidor, prendete la barca e venitemi a prendere, che quello di Ciano è un poveraccio, quello da Bigolino è troppo piccolino, quello di Covolo non mi vuole e di quello di Onigo non mi fido!).

Fonti: “L’Alta Marca Trevigiana. Intinerari storico-artistici nel Quartier del Piave e nella Valmareno” a cura del Consorzio Pro Loco Quartier del Piave (in particolare dalla rubrica Blasoni popolari di Enrico Dall’Anese) e da “Di che paese sei? Blasoni popolari del Veneto orientale” di Gianluigi Secco.

Debora Donadel

Colbertaldo3

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